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Le forme della convivenza: ridisegnare la città tra storia e futuro

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Di seguito, l'intervento del professor Giancarlo Consonni nel corso dell'incontro del 23 febbraio.



Giancarlo Consonni

Il destino delle città e dei paesaggi? Nelle mani dei tessitori di urbanità e di chi si prende cura della terra

Conferenza nel ciclo di incontri Le forme della convivenza: ridisegnare la città tra storia e futuro promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Saronno Saronno, 23 febbraio 2021

1. Dare risposte alla crisi riproduttiva della società

La sostenibilità ecologica e la sostenibilità sociale sono due obiettivi imprescindibili e strettamente interconnessi: i progressi in un campo dipendono non poco dai progressi nell’altro.
La questione ecologica ha preso la scena. Se per un verso è un bene, occorre però evitare che ciò si traduca in un offuscamento di altre questioni sociali non meno rilevanti:
il lavoro, la casa, l’inclusione e la coesione sociale, il diritto alla città, la difesa e la promozione dell’urbanità e della bellezza civile.

Da qualche decennio sull’Occidente opulento grava una pesante crisi demografica che, osservata sul lungo periodo, si presenta come un collo di bottiglia. È entrata in crisi la tendenza che, non senza contraddizioni, per oltre due secoli ha visto lo sviluppo capitalistico assicurare l’uscita dalla povertà di quote consistenti di popolazione. La crisi attuale mette in luce tutti i limiti di un modello incentrato sul liberismo economico e porta in evidenza le inadeguatezze delle politiche governative che non affrontano alla radice la questione di assicurare un futuro alle nuove generazioni.

La crisi va oltre il campo dell’economia per configurarsi come crisi riproduttiva della società.
Se il fenomeno non è nuovo nella storia, oggi a contraddistinguerlo è la difficoltà di assicurare a tutti un lavoro e una casa dignitosi.

Per evitare che il collo di bottiglia si trasformi in una garrota per l’intera società, occorre che il lavoro e la casa ritornino al centro dell’agenda politica. Ciò comporta che si abbia cura dei legami che dal lavoro e dalla casa si dipartono e al lavoro e alla casa fanno ritorno. Legami complessi che richiedono politiche articolate e convergenti. Si può incominciare, per un verso, investendo sulla formazione culturale e professionale delle nuove generazioni (a cui è strettamente collegato il tema della ricerca) e, per altro verso, su politiche che sottraggano il bene casa agli appetiti selvaggi della rendita immobiliare.

Sul fronte della formazione, l’obiettivo primario è la crescita di una cultura condivisa che abbia al centro il progredire dell’incivilimento inteso «come continuo avvicinamento alla migliore sociale convivenza» (Giandomenico Romagnosi, 1832). Va sconfitto l’‘analfabetismo’ diffuso che contraddistingue le società opulente in materia di convivenza civile e sui modi per assicurarne il fiorire. Senza di ciò la democrazia rischia di essere un guscio vuoto.

Sul fronte della rendita immobiliare, occorre che le trasformazioni territoriali cessino di essere attività estrattive di valore monetario che impoveriscono il bilancio della collettività. Al contrario esse devono diventare occasioni per portare in attivo il bilancio sociale, in primis migliorando l’abitabilità dei luoghi e del pianeta e la convivenza civile.

Non è più rinviabile una rigorosa politica fiscale volta a recuperare quella parte di incremento dei valori immobiliari che è frutto del lavoro collettivo e degli investimenti pubblici (ovvero la quota preponderante), così da disporre delle risorse per un’adeguata politica pubblica della casa per tutti.

In sintesi e concludendo sul primo punto:

la crisi demografica che caratterizza l’Occidente opulento in questa fase storica è una vera e propria crisi riproduttiva della compagine sociale. Affrontarla equivale a ridefinire, orizzonti, strategie e priorità della politica.

2. Rafforzare e, dove mancano, puntare sulla creazione di tessuti relazionali in cui urbanità e sicurezza si alimentino reciprocamente

Occorre che ogni intervento messo in campo sia preventivamente sottoposto a una verifica della sua sostenibilità sociale in tre ambiti essenziali:

  • -  l’inclusione e la coesione sociale;

  • -  la qualità delle relazioni sociali che contribuisce a instaurare;

  • -  il mantenimento e la crescita della bellezza civile.

    Una simile impostazione comporta che gli enti locali escano dalla logica che li vede ridotti a meri facilitatori dei processi di trasformazione territoriale e rassegnati al fatto che le scelte strategiche siano delegate al capitale finanzario (di cui gli operatori immobiliari sono il braccio esecutivo).

    Fare politica non può che significare in primo luogo avere cura della polis: promuoverne la difesa e il progredire civile. In assenza di questo obiettivo strategico, la politica è priva di una bussola e finisce inevitabilmente per essere subalterna al mercato e alle sue logiche.

    Il mercato e l’iniziativa capitalistica sono elementi di cui non è possibile fare a meno? Sì, ma è tempo di consuntivi: occorre prendere atto che, se le logiche del mercato capitalistico non sono controbilanciate da una gestione della res publica attenta al bene comune, gli esiti sono devastanti, con conseguenze che si faranno sentire a lungo sulle generazioni future.

    Lasciata libera di decidere le trasformazioni dell’habitat, l’iniziativa privata, salvo rare eccezioni, punta a costituire parti privilegiate del territorio su cui concentrare gli investimenti. Questo si traduce in una riduzione della complessità funzionale e sociale degli aggregati insediativi. Con due risultati certi:

- -

il proliferare della separazione delle funzioni (impegnate in una lotta darwiniana tra loro per l’accaparramento delle economie esterne);

il dilagare della differenziazione in senso classista della topografia sociale. Sono sotto gli occhi di tutti il prodursi di lacerazioni nel corpo fisico e sociale degli aggregati insediativi e la formazione di ambiti di segregazione e di emarginazione sociale che da tutto questo consegue.

Una politica responsabile non può che contrastare le linee di forza su cui si muove la speculazione immobiliare: la zonizzazione funzionale e la zonizzazione sociale. È utile, a questo fine, rivisitare il termine tessuto riferito agli insediamenti. Occorre creare le condizioni perché nelle trasformazioni insediative sia posta al centro la creazione di tessuti relazionali capaci di assicurare insieme socialità e sicurezza.

Seguendo la lezione delle città ereditate dalla storia, i tessuti insediativi non possono che avere la loro armatura negli edifici e spazi aperti pubblici in quanto ambiti dell’abitare condiviso e teatri di sinergie e interazioni propulsive di cultura civile. Con oculate scelte urbanistiche e di disegno urbano occorre armare l’habitat di convivenza civile e di urbanità. Solo in questo modo il consorzio sociale può coltivare la crescita culturale collettiva e, nei suoi stessi modi di vivere e di presidiare i luoghi, assicurare da sé, per quanto è possibile, la sicurezza.

Gli stessi investimenti pubblici, pur nella scarsità cronica, hanno privilegiato le relazioni a distanza trascurando le relazioni di prossimità. Occorre riconoscere che le seconde non sono meno importanti delle prime e che va ritrovato un nuovo equilibrio tra le due sfere riconoscendo l’importanza di tutto ciò che arricchisce e nutre di relazioni l’abitare.

In questo processo, la politica ha tra i suoi compiti quello di sostenere e promuovere il protagonismo degli abitanti nella cura dell’habitat. È questa una delle strade principali per dare sostanza alla democrazia. Occorre che venga dato il massimo sostegno ai tessitori di urbanità, nelle forme molteplici in cui questa prerogativa si manifesta, a cominciare dal comportamento dei singoli e dei gruppi fino agli apporti che possono venire dai mondi delle professioni e dai molti soggetti che operano nella messa a punto e nella realizzazione degli interventi.

In questo processo, insieme culturale e politico, è quanto mai opportuno convincere i cosiddetti “operatori immobiliari” – e il potere finanziario che ne muove le mosse che fare città, sul medio-lungo periodo, è conveniente anche per loro.
In questo possono aver un peso dimostrativo le realizzazioni virtuose.

Sintetizzando e concludendo sul secondo punto:

I quadri relazionali sono la linfa vitale della società. Averne cura e favorirne intensità e qualità è un compito primario di chi gestisce la cosa pubblica.

3. Ridare fiato alla bellezza civile

È nella ripresa dell’urbis cultura che può essere rilanciata la bellezza civile (espressione che traggo da Giambattista Vico, La scienza nuova, 1744): una bellezza che non pretende di essere autonoma per Vico è ancorata alla nobiltà (d’animo) e alla virtù – ma che, al contrario, ha il suo fondamento nelle ragioni e nelle regole costitutive della convivenza civile, a cominciare dalla conquista di una misura e di un equilibrio nelle relazioni tra le persone.

Si tratta dunque del risultato di un processo dialogico: la bellezza civile nasce e fiorisce nell’interazione delle presenze (gli organismi edilizi) in spazi aperti pubblici trasformati in teatri in cui la convivenza si autorappresenta e, per certi versi, si celebra.

L’Italia è il paese in cui questa linea d’azione ha dato esiti straordinari. Ma il Bel Paese, non diversamente dal resto del mondo, è da tempo sempre più scempiato dal dilagare di una bruttezza che è diretta espressione della crisi a cui sono andati incontro i valori civili. In una società ossessionata dalla bellezza individuale e in cui hanno largo spazio le esibizioni narcisistiche, anche l’architettura, in molte sue manifestazioni, conosce una grave involuzione. Negli organismi edilizi, tanto più in quelli che rompono le coerenze volumetriche e le concordanze che caratterizzano i tessuti storici, finiscono per prevalere pulsioni egotistiche che, nel disprezzo di ogni attenzione al contesto e alla concordia discors, concorrono a produrre estese, assordanti cacofonie.

È possibile ritrovare la strada della bellezza? Sì se si ritrova lo spirito della convivenza e della cura dei luoghi e se si torna a dare centralità all’abitare, inteso non come semplice risiedere ma come un fatto complesso, essenziale per dare risorse culturali e materiali al vivere individuale e collettivo.

Sintetizzando e concludendo sul terzo punto:

la bellezza civile, che si esprime negli aggregati insediativi e nei paesaggi umanizzati, ha le sue radici in una tensione collettiva volta a migliorare la convivenza civile. Tornare a coltivarla è il modo per arricchire di senso la scena della vita quotidiana e per dare qualità all’abitare.

4. Salvaguardare le capacità riproduttive della terra e porre attenzione al bilancio energetico dei territori

Anche la sostenibilità ecologica richiede verifiche preventive a vasto raggio, non potendosi ridurre alla questione del bilancio energetico degli edifici. L’attenzione va estesa al bilancio energetico dei territori e quindi alle relazioni che intercorrono fra modelli insediativi e l’erogazione di energia necessaria al loro funzionamento.

La cosiddetta “città diffusa” (che della città ha ben poco) si è rivelata una modalità insediativa il cui funzionamento comporta una elevata dissipazione di energia, difficilmente sostenibile sul lungo periodo. Ma il bilancio è in profondo rosso su altri due fronti: l’elevato consumo di suolo che sottrae terra all’agricoltura e la scarsa qualità delle relazioni sociali.

Un altro bilancio che si impone riguarda le attività agricole. Si potrebbe definire bilancio delle capacità riproduttive della terra in cui assume rilevanza centrale la misurazione della capacità dell’agricoltura di rigenerare il potenziale produttivo dei terreni coltivati.

Occorre dunque distinguere fra le attività agricole che si prendono cura della terra e quelle che la saccheggiano, rendendola inutilizzabile per le generazioni future. L’Unione Europea, i governi nazionali e le stesse amministrazioni locali, in modi assai più rigorosi e incisivi di quanto non hanno fatto fin qui, sono tenuti a presidiare questa materia e ad agire di conseguenza, con la messa in campo di linee strategiche e con il ricorso a incentivi, penalizzazioni, divieti e sanzioni).

Sintesi e conclusione del quarto punto:

il bilancio energetico dei territori e il monitoraggio della capacità riproduttiva dei terreni coltivati dovrebbero costituire criteri di verifica e orientamento per le scelte insediative e per le politiche agricole.

5. Società e politica: riportare al centro il bene comune

Occorre, in sostanza, che la società riprenda in mano le redini del suo destino. Un processo tutt’altro che facile e che comporta una presa di coscienza collettiva circa la posta in gioco e i modi per uscire vincitori dalla sfida.
La politica ha perso la bussola non solo per responsabilità di chi gestisce la cosa pubblica: è la debolezza della cultura civile e la scarsa consapevolezza che il corpo sociale ha delle questioni in materia di convivenza
all’origine del disorientamento della politica. Se ne esce solo con una profonda rivoluzione culturale.

Un lavoro immane, ma che non parte da zero. Si tratta in primo luogo di riconoscere e sostenere sia le forze che svolgono un ruolo attivo nella conservazione, valorizzazione e promozione dei luoghi dotati di urbanità sia i conduttori agricoli che hanno cura della terra e del suo potenziale produttivo.
In secondo luogo si tratta di alimentare una consapevolezza individuale e collettiva circa le valenze squisitamente politiche assunte dalle scelte urbanistiche
e in generale dalle pratiche di trasformazione dell’ambiente fisico.

Sintesi e conclusione del quinto punto:

ogni intervento di trasformazione dell’ambiente fisico va in direzione del fare o disfare città e del tutelare o devastare i paesaggi. Per questo le scelte urbanistiche hanno portata squisitamente politica e conseguenze sul fronte dell’incivilimento.

Il ritardo in questo campo di chi ha il compito di gestire la cosa pubblica scaturisce da una carenza più ampia che alligna nel corpo sociale. Se ne esce solo con la riconquista di una consapevolezza condivisa ed estesa sulla posta in gioco e sulla coerente messa a punto di strategie e politiche degli interventi volte a promuovere la convivenza e la bellezza civile.

 

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