Giancarlo Consonni, professore emerito di urbanistica al Politecnico di Milano e ispiratore dei principi urbanistici del progetto di rigenerazione urbana per l’area ex Isotta Fraschini, commenta in questo articolo, pubblicato su Avvenire il 18 luglio scorso, quanto sta succedendo a Milano, dove gli interessi meramente immobiliari ed economici hanno preso il sopravvento sul tema dell’abitare del costruire le città.
«Se tu politico non capisci che c’è un nesso tra come trasformi la città e come la vivi o peggio, se rompi questo nesso e lo deleghi a puri calcoli di rendimento dell’investimento, ci troviamo nella situazione di crisi che stiamo vivendo», dice Consonni.
Si ringrazia la direzione di Avvenire, nella persona del dr. Marco Girardo, per aver concesso la divulgazione sui nostri canali di questo testo.
Da Avvenire – 18 luglio 2025
«Quanto sta emergendo è un vuoto della politica»
Consonni (Politecnico): in questi anni si è puntato su interventi dirompenti, ma senza pensare alle relazioni sociali
di Andrea D’Agostino
«Nel momento in cui interviene la magistratura su una materia che è squisitamente politica, in realtà sta emergendo un vuoto della stessa politica. Non c’è una strategia, una linea ferrea, determinata sul tema della città. Alla fine il modo in cui viene gestita è quello di un’azienda ma senza princìpi sociali». Il tono della voce di Giancarlo Consonni, professore emerito di Urbanistica al Politecnico e direttore dell’archivio Piero Bottoni, è amareggiato. Originario della Brianza, milanese da quasi 60 anni, ha pubblicato numerosi libri: nell’ultimo, Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024) denuncia che da tempo la politica si è sganciata dal “fare città” inteso come insieme di pratiche per promuovere la migliore convivenza.
Professore, quello che sta accadendo ha radici lontane? Da quando è iniziato tutto?
Purtroppo è da tanto che si è puntato su interventi dirompenti che non hanno il senso della misura antica che ha sempre caratterizzato Milano. Una città di equilibri e a misura di colloquialità, come diceva Alberto Savinio, fatta per la conversazione. Questa caratteristica di città riservata e misurata è andata a catafascio a partire, grosso modo, dal 2015.
A quali interventi dirompenti si riferisce?
Penso a Porta Nuova o a CityLife: si basano su modelli devastanti sul piano relazionale, perché ai piedi dei grattacieli non hai spazi di relazione, che sono poi la linfa della città. Ma sono critico anche su interventi precedenti come quello di Bicocca: lì avevano un’occasione formidabile ma il risultato è davvero modesto, anche per l’integrazione tra le parti residenziali e università. Invece la città del piano Beruto (il primo piano regolatore di fine ‘800, ndr.) e degli sviluppi successivi era a misura relazionale. In questi anni si è pensato a dare una premialità all’intervento della finanza internazionale: è stato dimostrato che Porta Nuova ha portato a rendimenti del 30%, fuori da ogni orizzonte ragionevole. E soprattutto sono mancate quelle misure compensative che altre città hanno messo in campo.
Per esempio?
A Vienna o a Copenaghen, quando sono stati realizzati interventi di ampio respiro o dirompenti, una quota è stata destinata per garantire alloggi popolari. Oppure a Barcellona i progetti di Oriol Bohigas hanno lavorato sul corpo della città, cercando di creare degli elementi connettivi tra le varie parti, non solo le ramblas. Un sistema che puntava a riqualificazioni dove la presenza umana e la vitalità dei luoghi sono al centro dell’attenzione: questo è il progetto urbano. E i luoghi vitali fanno anche da guardia a loro stessi, perché sono presidiati dai cittadini. Ma se invece crei dei non luoghi, o comunità distinte e separate, quartieri ricchi contro quartieri poveri, accade altro: pensi solo a piazza Gae Aulenti che di sera diventa un mortorio, terra di nessuno, punto di ritrovo di sbandati. E questo risultato si porta dietro il problema della sicurezza che invece va affrontata sin da quando tu, costruttore, sai che tipo di città e di cittadinanza, che tipo di appartenenza vai a creare.
Prima parlava di quartieri ricchi contro quelli più poveri. Penso al problema del caro vita, che è però comune anche ad altre città come Londra.
Certo, per questo bisogna prendere delle contromisure. Se non agisci sul mercato in direzione opposta, allora vuol dire che la città la lasci in mano a questi operatori privati che fanno e disfano. A loro importa fare operazioni mordi e fuggi, realizzare grandi progetti; ma poi chi gestisce queste realtà fatte non per la convivenza civile? È un problema politico, anzi il problema centrale della politica.
Come se ne esce?
Occorre una revisione radicale delle politiche urbane. E la politica deve tornare ad occuparsi della città. Se volessero capirlo i partiti… ne hanno di materia su cui lavorare. Ma temo manchi una formazione del politico medio che è analfabeta in materia di città, che poi è il cuore della politica stessa e della convivenza civile. Se tu politico non capisci che c’è un nesso tra come trasformi la città e come la vivi o peggio, se rompi questo nesso e lo deleghi a puri calcoli di rendimento dell’investimento, ci troviamo nella situazione di crisi che stiamo vivendo. Una crisi profondamente politica, oltre che di correttezza e di legalità.